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LA BELLA ESTATE

E’ arrivata. E’ arrivata la bella estate con il sole chiaro e il venticello rasserenante. E anche con i nuvoloni neri e la pioggia violenta e il vento scontroso come una persona dal cattivo carattere. L’estate della laguna e del mare, l’estate ‘dei lunghi mattini e delle albe senza rumore’, come dice il poeta. Imbocchi la strada che scivola veloce nel traffico intenso e scorrevole, svolti alla traversa che taglia la campagna e svela un mondo quasi ignoto e bellissimo. Alberi ombrosi e campi distesi, argini e ponticelli, canali e fiumi e finalmente la chiesa e la gente che arriva. A casa degli amici si fa festa per l’ultimo battesimo.

L’estate sembra rimarginare le ferite della stagione passata. Quello che più conforta è la Parola che sale dalla liturgia quotidiana e risuona con nuovi accenti; è l’Eucaristia che raccoglie e fa vivere il popolo dei cristiani. Da qui rinasce la speranza cristiana. I chierichetti che prolungano la quarantena potranno presto rientrare in servizio, e intanto in ogni chiesa un drappello di fedeli si ritrova a pregare, e cura con passione il corporale e le tovagliette e tutto il servizio dell’altare. Risuona a ripetizione nella liturgia dei giorni l’episodio di Gesù in barca con gli amici, beatamente addormentato e bruscamente svegliato da urla terrorizzate per l’improvvisa tempesta. Le nostre barchette navigano su acque di laguna più tranquille di quelle del lago; le tempeste che ci sorprendono e dissestano, hanno come ultimo esito quello di rinnovare la fede e di ampliare il cerchio delle persone con cui navigare.

Il ristoro dell’aria e la pace della sera ridestano la preghiera di adorazione che si inoltra nella notte e giunge a svegliare il mattino. “Pur mettendo la sveglia mi sono alzato 10 minuti prima che suonasse, - sento raccontare - perché quando Qualcuno mi aspetta sono teso a quella cosa anche dormendo. Il cuore ha un sobbalzo quando Gesù mi aspetta, ed è Lui che mi sveglia. Magari poi il sonno viene durante l'adorazione o al lavoro ed è un bel sacrificio che mi richiama ad ogni minuto e mi fa dimenticare di meno a Chi appartengo.”

Ci si riconcilia anche con il fastidio delle mascherine. "Gesù imparò l'obbedienza da ciò che sofferse." Noi a chi obbediamo? A delle regole? I bimbi a chi obbediscono, da chi imparano?

In fondo alla chiesa ecco un papà con la mascherina e i figli piccoli tutti con mascherina. Si fa volentieri il sacrificio dell’obbedienza alla Chiesa sapendo che quella strada conduce a Cristo, nelle chiese di campagna e in quelle della città.

LE COSE E LE PERSONE

La giornata è tutta schiarita dal sole, la piazza e le strade del paese si aprono da ogni lato sul panorama dei monti lontani e delle valli vicine. La chiesa si innalza bianca e imponente emergendo dall'amplissimo scalone e il campanile aguzzo segna la direzione del cielo. Sono belle tutte le cose, e anche le case, che tuttavia rimangono mute con tanti balconi chiusi. È nell'incontro con la gente che tutto prende forma e figura.L'amico prete che ci accompagna nei giri dentro e fuori paese chiama per nome il ragazzino in strada, ferma la macchina per congratularsi con la ragazza che ha appena concluso gli esami, indugia a scambiare un saluto e una battuta con gli operai che lavorano. Ci conduce per una stradina lungo il costone sul quale si arrampica un gruppetto di case sparse, fino alla chiesetta che ospita un grande dipinto dell'ultima cena. In questa zona abita un uomo soltanto, ma d'estate tornano molti dei vecchi abitanti. Incontriamo una coppia sull'uscio di casa, e più oltre sentiamo il rumore di un tagliaerba. Gente che ha trascorso anni di lavoro in Svizzera o in Francia, o anche in Canada, e ci rende partecipi della propria vita. Le case e le cose prendono il volto e il nome delle persone che incontriamo: il lavoro, l'incontro amoroso e il matrimonio, i figli, i nipoti, la malattia, la fede.... Il giovane parroco conosce tutti ed è conosciuto e amato da tutti tra queste case, alla malga dove saliamo in uno splendido giro panoramico, nel bar di paese dove tre arguti avventori salutano cordialmente il nostro gruppetto, e nell'albergo che ci ospita. Una viva accoglienza, un apprezzamento, un'attenzione alle persone ci fanno riconoscere questo prete come un punto di unità della vita e della fede di molti. Non solo mette in cantiere bellissime iniziative di anno in anno e nel passaggio dalla chiusura della pandemia alla ripresa della vita sociale e religiosa, ma si espone con  una presenza limpida e cordiale. La nostra piccola vacanza in sua compagnia tra preti amici, non è appena uno svago, ma acquista il valore di una testimonianza. Avviene anche tra noi il miracolo di quella apertura d'animo che non è appena una confidenza o uno sfogo, ma introduce alla saggezza di un giudizio sulla vita, in un dinamico confronto con una determinante proposta di fede. Anche le cose e le case e le chiese si illuminano del volto delle persone.

 

BASTA LA PRESENZA

Marmellate buonissime, liquori prelibati, vini raffinati. Una buona riserva per gli incontri con parenti e amici. Ne ho condiviso una ordinazione insieme con altre persone, e un negozio di qua ha provveduto una certa fornitura. Tutti prodotti del monastero di Vitorchiano, dove vivono 70-80 monache. Da qui negli ultimi decenni sono sciamate periodicamente decine e decine di monache per andare a costruire e ad abitare nuovi monasteri in altre parti d’Italia e del mondo, dall’Argentina alle Filippine, da Praga all’Africa e attualmente in Portogallo.
Che cosa fanno tutto il giorno queste donne in monastero, così fuori del mondo?
Pregano sette volte al giorno e lavorano altre sette ore, o forse un po’ meno. Una vita stabile, vissuta in silenzio e in compagnia nel lavoro dei campi, prima bonificati e sterrati e poi coltivati; nei laboratori e nella cura delle consorelle anziane e malate. Una vita che appare isolata ed immobile, e che si rivela invece fruttuosa come un albero ben piantato. Qui l’essere prevale sull’operare, perché i giorni che scorrono custodiscono un tesoro più grande delle opere realizzate.
Diventa un po’ il modello di ogni vita sana e santa, dove non è l’agitarsi che prevale, ma il senso delle cose e la loro giusta proporzione. In monastero la misura è dettata non appena da un saggio equilibrio, ma da una Presenza che attrae i cuori e gli ideali, e li riempie di bellezza. Valgono allo stesso modo la suora giovane e quella anziana, chi è sano e chi è malato, chi si dedica al lavoro dei campi e chi studia, chi disegna i magnifici bigliettini di auguri e chi confeziona le marmellate.
Accade di sperimentare qualcosa di simile anche in chi vive fuori del monastero, quando le forze e le abilità si afflosciano e l’intensità del lavoro diminuisce.                  E’ la condizione dei nonni e dei preti anziani. Conta la presenza. Pacata anche se non attiva. Tenace e non tumultuosa. Costante nel ritmo come il pendolo dell’orologio in salotto. Il nonno seduto sulla panchina a vedere il nipotino giocare in giardino; a raccontargli i fatti di una vita, o a insegnargli una canzoncina. Il prete a dire messa o a confessare, e a porgere qualche saluto qua e là. Niente di niente. Una presenza che rimanda oltre sé, oltre le energie diminuite, oltre le parole non pronunciate, oltre le azioni non eseguite. E’ la realtà del Sacramento, come il pane dell’Eucaristia che ‘si limita’ a lasciarsi portare e mostrare e mangiare. E diventa il sostegno della vita. Basta la presenza.

DOVE TROVARE DIO

Per tanto tempo dentro una bolla, garantiti da scienza e tecnica e medicina; rotolando sopra la realtà con pattini che facevano sognare un mondo bello e pulito, libero da plastica e petrolio, pieno di amicizia e libertà. Diventeremo presto padroni di tutto, padroni del mondo.  Poi arriva la sorpresa del sottile pungiglione del coronavirus, e la bolla scoppia; tocchiamo terra e ci guardiamo intorno smarriti. Bisogna fare i conti con il destino, con la vita e la morte, con il lavoro e la casa. Dove trovare il confine dell’esistenza, come intercettare il garante della vita??

Da gran tempo la nostra società ha eliminato Dio dall’orizzonte della terra e del mare. Un lungo processo culturale ci aveva convinti di poter costruire da soli i sentieri che conducono alla felicità e alla salvezza. Dopo la violenza dei sistemi ideologici che progettavano la costruzione di un nuovo uomo e una nuova umanità distruggendo la libertà e azzerando la religione, ci siamo incamminati per i sentieri dell’individualismo, garantito dallo Stato che sovrintende a tutto. E dunque, sconfiggeremo il coronavirus, e andrà tutto bene. Ospedali, vaccini, e tutte le nostre provvidenze. Prescrizioni di politici e esperti, ricerche di tecnici e scienziati, dedizione di medici e infermieri.

Ma non è andata così. Ci sono stati i morti, il crollo dell’economia, la dispersione della scuola, l’avvilimento delle persone. Cristiani e non cristiani, siamo rimasti acquattati per mesi nelle nostre case, digiuni dei sacramenti e privati della comunità, in coincidenza perfetta con il tempo quaresimale e pasquale svuotato di celebrazioni e richiami. Dio tagliato fuori dalla vita pubblica, la religione relegata nelle case, la fede abbandonata a se stessa. Si può vivere così? Una chiesa senza voce nella piazza svuotata, emarginata e succube degli eventi. Nella ripresa, le comunità cristiane, indebolite e mortificate, rallentano il cammino e riducono le presenze.

Chi ci salverà? Il dolore della ferita ci fa gridare, coscienti che non bastano a salvarci le provvidenze economiche e le prescrizioni sanitarie. Il grido invoca una salvezza più grande, come il cieco Bartimeo che ai lati della strada incontra Gesù. Possiamo toccare il mantello del Signore come la donna malata, domandando quella salvezza che nessun medico può produrre. Attratti dalla piccola folla che cerca il Signore, possiamo gridare insieme, chiedere perdono, sostenerci nella carità. Ci vuole un cuore sanato per sanare il corpo. Ci vuole un Salvatore e un luogo in cui trovarlo. Senza respingimenti e chiusure. Fare posto a Dio, al Padre che ci sveglia ogni giorno, al Figlio che siede a tavola con noi, allo Spirito che rinnova la vita. Solo il ritorno di Dio ci salva.

L’AVVENTURA DEI TRENT’ANNI

Appare d’improvviso il sole primaverile che riscalda l’atmosfera. Le lunghe giornate spalancano la luce dell’estate. Non solo gli alberi e le piantagioni, ma anche le persone rifioriscono. Quest’anno una nuova liberazione viene a ristorare il cuore e a riaccendere gli occhi. Come uscendo da un tunnel ritorniamo in strada, entriamo nelle chiese e ricostituiamo la chiesa. Con una coincidenza significativa arriva la sorpresa dei 30 anni dall’ingresso nella chiesa nuova di Borgo San Giovanni. Un’avventura che ha segnato il quartiere, la comunità cristiana e la mia vita. Colgo al volo l’opportunità di partecipare alla celebrazione eucaristica nel giorno della ricorrenza. A colpo d’occhio si può calcolare che almeno una novantina del centinaio di persone presenti, conservano il ricordo vivo del primo ingresso, dopo un’interminabile attesa e dopo i sette anni della costruzione, cui sono seguiti gli anni del completamento e abbellimento dell’edificio. Sperimento in me stesso la sorpresa di trovarmi a casa, nella mia casa, anzi di trovarmi in famiglia, quella che per tanti anni è stata la mia grande famiglia. Una sensazione strana, non completamente afferrabile mi corre in cuore, sulla trafila delle parole di Gesù agli apostoli nell’ultima cena. Quei dodici amici erano diventati profondamente suoi, eppure Gesù se ne distaccava. Non però abbandonandoli, ma consegnandoli all’amore del Padre, che avrebbe portato a compimento il loro destino: “Erano tuoi, li hai dati a me”. Rimangono tuoi, Signore, e continuano il loro cammino dentro la tua paternità espressa da altri pastori, dentro una fraternità che incontra altri fratelli e si rinnova con gente diversa e fresca, dentro una famiglia nuovamente ricomposta dal vigore dello Spirito. Questa casa è ancora mia, e non più mia. Questa comunità è ancora mia e non più mia. La distanza purifica i legami e scioglie le pretese. Ma nemmeno la mascherina o il metro di lontananza tolgono l’affetto o abbassano il livello della confidenza e della gratitudine. Mi diventa significativo guardare questa comunità nell’orizzonte della grande compagnia dei santi evocati in questo giorno. Il 26 maggio è il giorno di san Filippo Neri; è il giorno dell’ordinazione sacerdotale di don Luigi Giussani, la cui vita ha toccato profondamente la mia; rievoca pure il giorno della morte di Enzo Piccinini, un grande amico che ha rilanciato il mio cammino. Nello stesso giorno e nella stessa ora in cui celebriamo la Messa nella chiesa dei trent’anni, in cattedrale il vescovo proclama la venerabilità di un sacerdote di Chioggia, Padre Emilio Venturini. Gli avvenimenti e le persone si inseguono e quasi si sovrappongono. Come dice il poeta Eliot, ‘la Chiesa deve sempre edificaree sempre decadere, e dev'essere sempre restaurata’.

26 maggio 1990 - 2020

Oggi, ventisei maggio, vengono a rincorrersi e a sistemarsi uno dietro l’altro una serie di eventi. A debita distanza. Quello che mi si addossa più immediatamente è il ricordo dell’ingresso in chiesa nuova Borgo San Giovanni 30 anni fa. Oggi è il giorno di San Filippo Neri, un santo che suscita evocazioni simpatiche dal passato e dal presente. Ricorrono i 75 anni dalla ordinazione sacerdotale di don Luigi Giussani, una circostanza che raramente mi è accaduto di ricordare e che mi suscita un moto di ringraziamento per avere incrociato questo sacerdote quasi cinquant’anni fa. A questo fatto si lega un’altra circostanza: nella cattedrale di Carpi, oggi viene celebrata l’Eucaristia nel ricordo del ‘dies natalis’ di un grande seguace di don Giussani, Enzo Piccinini, un amico che ci ha incontrato proprio nei locali della Chiesa di Borgo San Giovanni, e del quale è stata avviata la causa di beatificazione. Coincidenza vuole che sempre oggi, in Cattedrale a Chioggia venga celebrata una Santa Messa in occasione della proclamazione della venerabilità di un sacerdote chioggiotto fondatore di una congregazione di Suore, Padre Emilio Venturini.
Nel vangelo della liturgia di questo giorno, Gesù domanda al Padre che la Sua gloria, della quale egli stesso partecipa, raggiunga i discepoli che l’hanno conosciuto. Cos’è la gloria di Dio? E’ la manifestazione al mondo della sua azione di salvezza, del suo amore e della sua presenza. Questo è avvenuto in Gesù e ora viene proclamato al mondo attraverso la vita dei santi e le opere dei cristiani. Le ricorrenze di oggi sono un segno della gloria di Dio presente in modo dinamico nel mondo.
La edificazione della Chiesa a Borgo San Giovanni percorre la stessa scia. Al centro del quartiere sorto una sessantina di anni fa, la chiesa, che dalla piazzetta si apre sulla strada di scorrimento del Borgo, diventa un punto di richiamo per tutta la popolazione. Lunghi anni di trattative per l’acquisizione del terreno e l’avvio della costruzione, sette anni di lavori, dallo scavo delle fonda-menta, all’innalzamento delle mura, al riempimento degli spazi, alla elaborazione degli interni. Tante famiglie, attivando varie modalità, hanno collaborato con contributi economici notevoli, pari a una buona metà della spesa totale, coperta con i contributi della Cei. Entrarci per la prima volta preceduti dalla grande croce che, piantata sul piazzale un anno prima dell’inizio dei lavori, ne aveva ‘atteso e vigilato’ per otto anni la costruzione, è stato un momento grande ed emozionante. Ho viva davanti agli occhi la scena delle persone che precedevano la folla e che sono entrate in chiesa per prime: i portatori della croce, il vescovo, il parroco e alcuni pochi parenti. Eravamo già all’altare e la gente non si vedeva entrare. Il solerte servizio d’ordine ne stava regolando l’afflusso giù dello scalone, e finalmente la navata si riempì di gente e di festa. Sono passati trent’anni e i locali della Chiesa sono diventati mia abitazione per vent’anni. La chiesa, con tutte le sue adiacenze, si è man mano ricompo-sta nella sua armonia e funzionalità, con le due grandi, drammatiche tele del pittore Pregnolato, la lunga cordonata della Via Crucis di Toniutti, le vetrate a dallas e quelle dei santi, il tabernacolo, il mosaico del Battista all'esterno e il rivestimento della facciata, l’impianto di condizionamento e altre opere di compimento, insieme con l’attivazione delle abitazioni die sacerdoti e dei locali del pianter-reno.
Negli anni è continuata e continua la edificazione della comunità viva. Nella chiesa e nei suoi vari locali si sono incontrati volti di persone che non si conoscevano e con esperienze diverse, tutte desi-derose di ritrovarsi nella sua casa. Le celebrazioni liturgiche, gli incontri, le attività, l’accoglienza di singoli, famiglie e gruppi, il catechismo, il canto, la carità ne hanno espresso il cuore intenso e vivace che dona e riceve sangue ed energie. La comunità ha continuato ad essere viva in Cristo sotto la guida dei vari parroci – prima della costruzione don Sergio Bergamo, quindi don Angelo Busetto, don Mario Pinton, e ora don Alberto Alfiero - che qui hanno dato se stessi nel servizio della loro vo-cazione. Famiglie nuove si sono aggiunte e con affetto dobbiamo ringraziare quelle persone che ci hanno dato buona testimonianza e che ora godono del paradiso. La lunga storia della salvezza pro-segue nella letizia, non scontata, di continuare a ritrovarci come comunità in questa chiesa e nelle opere che ne completano il servizio. Cristo ci chiama in questo luogo di accoglienza e di carità, sorgente di educazione alla fede, cuore pulsante della comunità, luogo di misericordia, per formare il suo popolo e inviarci in missione. Negli anni che scorrono, il grido e il braccio di Giovanni Battista continuano a mostrarci il Signore Gesù, vivo nella Chiesa.”

CHE COSA RESTA?

E’ la domanda che ci si pone dopo un grande avvenimento, una grande festa o un grande disastro. Quello che abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo è uno di quegli avvenimenti che non càpita a tutte le generazioni di vivere. Evocando la memoria storica, la pandemia viene vissuta come una guerra, e il suo superamento è una vittoria. Si progetta di risanare i disastri del coronavirus con un’ondata di decreti, con prestiti e agevolazioni. Si agita la fantasia con gettiti di miliardi scaricati dalla bocca dei telegiornali. Come un coccodrillo che avanza dal fiume, emerge la pretesa di mettere tutto a posto con montagne di carte e di prescrizioni. L’uguaglianza che ci ha resi tutti fragili di fronte al coronavirus, diventa la ghigliottina di un’ideologia che taglia la testa a chi pretende ancora di averla. Che cosa ci resta?
Resta, semisommersa fino a boccheggiare sottacqua, la flotta di barche e barchini che per tutto questo tempo ha continuato a navigare e a salvare. Famiglie piccole e grandi, genitori e figli e nonni, sani o malati, lavoratori o disoccupati o pensionati, in case grandi o piccoli appartamenti, isolate o collegate, hanno portato con gioia e fatica tutto il peso della vita. Attraversate dalla paura, appesantite da problemi, minacciate da dissapori e violenze, private di alcuni beni materiali e spirituali, hanno continuato a vivere, a far studiare i figli, sperando nel sole di primavera. Navigando a remi o a bracciate, proseguono il percorso. Venisse il vento a soffiare, ora che possono alzare la vela. Quale vento? Spirasse vigoroso il vento del riconoscimento, venissero la pioggia e il sole di aiuti concreti, con provvedimenti mirati e intelligenti a sostegno di padri e madri, per la nascita e la cura dei figli e per l’accoglienza degli anziani in casa, per l’accudimento dei bambini più piccoli e per il sostegno alla scuola. Un bambino alla scuola materna e un figlio alla scuola pubblica paritaria, quale provvedimento lo sostiene? I giovani delle scuole professionali, perché vengono esclusi dalla sanatoria che salva l’anno scolastico? Lo Stato tiene sotto pressione i suoi figli; anche andando contro i propri interessi dimentica una buona schiera di ragazzi e giovani e ne trascura i genitori e gli insegnanti. Opere dimenticate, famiglie abbandonate, persone declassate. Come una macchina che perde pezzi, e alla fine si inceppa. C’è nelle famiglie una voglia di vivere, di lavorare, di educare, di collaborare, che viene dispersa: come stormi di uccelli e ai quali vengano tolti l’aria e un pezzo di cielo. Cosa resta ancora all’intreccio del bosco della società, se non vengono protetti gli alberi e restano ostruiti torrenti e ruscelli?

VOLTI NASCOSTI E SVELATI

Tutti a volto coperto, per due mesi, per tanti mesi. In strada, al lavoro, nei negozi. Le identità sfuggono. Nella zona che sei solito frequentare, riconosci appena qualcuno dalle movenze, dall’altezza, dalla corporatura; incrociando le persone in strada, tenti di guardare ciascuno negli occhi per cogliere e trasmettere un cenno di saluto, trovando eco in una persona su cinque. Uomini e donne senza volto, ci riduciamo a personaggi anonimi, indistinti, gente perduta in una città ignota.
Da bambini ci affascinava il volto coperto dal fazzoletto nei banditi del Far West, da grandi ci irrita il burka delle donne musulmane. Chi si nasconde? Quale identità, quale volto, quale persona, quale sorriso, quale gioia e quale dolore… Il volto nascosto separa più della distanza fisica, più dell’assenza della stretta di mano e dell’abbraccio. Sembra venga tolta la persona stessa; è come iniettarsi in vena delle gocce di inconsapevole individualismo: nessuno ti conosce e nessuno conosci; di nessuno hai bisogno e nessuno ha bisogno di te. Una terra desolata. Un fiume ghiacciato.
Il volto rivela l’anima, esprime sentimenti, sorride e si oscura, si apre e minaccia. Il volto parla. Nel tuo volto posso specchiarmi, posso cogliere il tuo mistero e il mio.
Persino per entrare nel mistero di Dio abbiamo bisogno che Lui ci sveli il suo volto. “Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto”. A Dio non basta mostrare la sua potenza nel sole, nella luna e nelle stelle; nelle nubi, nelle tempeste e nel mare; nell’esplosione della primavera e nella crescita della vita, nell’infinitamente piccolo e nell’infinitamente grande. Non gli basta nemmeno dichiararsi Dio dell’alleanza che chiama Abramo, parla con Mosè, cammina con il suo popolo. Per dire se stesso e per donarsi, per farci compagnia e diventare amico, Dio prende un volto, un volto d’uomo. Per dire il suo cuore, per dare la sua vita. Un volto in cui possiamo vedere Dio. Dice Gesù nel Vangelo: “Filippo, chi vede me vede il Padre”. Il volto che hanno visto la Madre, Giuseppe, gli amici, le donne, la folla.
Desideriamo vedere il volto dell’altro, dell’amico e dell’amica, dello sposo e della sposa, del figlio e del padre; il volto di chi ci passa accanto, per scoprirvi il fratello e la sorella. Per risalire dall’angoscia della solitudine, e muovere i passi dell’incontro, dello scambio, della vita. Il volto di ciascuno, il volto di tutti. Il volto di Dio che risplende come sole nel volto di Gesù. Il volto di Gesù intravvisto sotto la maschera che nasconde il volto dell’uomo.

Un cristianesimo povero

Senza attività pubbliche, senza raduni, senza chiese e celebrazioni: dove vive il cristianesimo? Senza conclamate raccolte di soldi per pagare bollette o aggiustare tetti di chiese: come vive il cristianesimo?
Senza libri e giornali di carta, senza programmi a lunga scadenza ed eventi da organizzare: quanto vive il cristianesimo?
Senza oratori e campi aperti, senza scuole e centri caritativi: quando vive il cristianesimo?
Negli anni attorno al Concilio si annunciava la chiesa ‘povera’ con proclami e gesti simbolici di povertà, mentre si costruivano enormi caseggiati. Chiese spogliate da paludamenti antichi e abbellimenti moderni per dare risalto dell’altare; gesti e canti liturgici semplificati per mirare all’essenziale.
Ed ecco, improvvisamente, tutto ci viene tolto. Nemmeno la possibilità di gestire gli spazi interni delle chiese, appena accessibili per visite furtive. Una Chiesa di vescovi, preti e popolo, quasi inesistente nel panorama pubblico.
Il cristianesimo viene riportato al primo giorno, alla prima casa, alla prima piazza, alla prima persona. A me e a te; alla mia preghiera e alla tua; al mio cuore e al tuo; alla mia vita e alla tua, alla mia volontà e alla tua. Alla decisione che apre ogni giornata, all’amore che sostiene. L’amore a Cristo, intravvisto nei segni liturgici in televisione, cercato nella Bibbia e nei libri, scoperto nei volti, nelle parole e nei gesti dei fratelli.
Ciascuno sperimenta la propria insufficienza e incapacità. E tutto diventa dono: la solitudine, la responsabilità, il tempo, gli altri, il pane che comperi e la torta del compleanno, la Messa solitaria o condivisa. Questo cristianesimo povero aizza la persona, apre la domanda, scioglie gli inceppi dei caratteri e gli equivoci delle reciproche pretese. Camminando nel deserto, tenda e borraccia e compagnia diventano essenziali.
Ricerchi volti che aiutano a vivere; non appena per far passare la tristezza o la noia della reclusione in casa, ma per svelare il Volto di Chi ti ama. Ti ritrovi parte di un popolo con cui camminare lieto anche dentro il dramma. Ti commuove quello che accade alla Chiesa, con schiere di persone che partecipano col Papa alla Messa del mattino, e seguono i vescovi per l’affidamento a Maria. Guardi chi segue i figli o lavora da casa o fuori, non smette di servire i vecchi e nuovi poveri che questo isolamento crea. Una Chiesa di preghiera e carità, animata dallo Spirito Santo e redenta da Gesù Cristo, fatta di peccatori perdonati. Una Chiesa povera come l’acqua della fontanella nel sentiero di montagna: non ne puoi fare a meno. Nella solitudine dei giorni che scorrono, intravvedi all’orizzonte la carovana del popolo in cammino verso la santa città di Dio.

L’EUCARISTIA CHE CELEBRIAMO

Ogni mattina, a conclusione della Messa e dell'adorazione a Santa Marta, Papa Francesco innalza l’ostensorio e traccia la croce della benedizione eucaristica. Quando mi accade di essere presente, mi viene naturale mettermi in ginocchio davanti al televisore. Inevitabilmente, in quel momento il pensiero mi corre alla vicina chiesa parrocchiale dove, da mane a sera, brilla l’ostensorio con Gesù Eucaristia; davanti all’ostensorio sta la Bibbia aperta. I segni mostrano e parlano anche nella loro staticità, e il loro richiamo supera la potenza dell’immagine televisiva.

L’altro giorno un amico, entrato casualmente nella stessa chiesa, mi telefona: “Sorpresa e meraviglia! Qui in chiesa è esposto il Santissimo. Stupenda occasione per fare un po’ di adorazione. Ecco cosa ci manca. Sì, seguiamo la messa del Papa ogni giorno. Che grazia! Sì, abbiamo ripreso l’antica pratica della comunione spirituale. Ma quando potremo mangiare il Suo Corpo? Intanto ci stiamo preparando alla Confessione, dopo una lunga, lunghissima ma stupenda, quaresima”.

A me l’Eucaristia non manca. Nella quotidiana celebrazione in casa, non mi manca la realtà fisica del pane e del vino; non mi manca il ‘contenuto’ che è il corpo e il sangue di Cristo. Tuttavia, a me e agli altri sacerdoti manca la visibilità di quello che il sacramento eucaristico realizza: manca il corpo di Cristo che è la Chiesa, manca la comunità cristiana, le persone vive e presenti, che manifestano Cristo risorto. Quando lo sguardo all’Eucaristia è costretto a fermarsi alle ‘specie eucaristiche’, non ne rende palese il frutto, che può essere intravvisto solo con la memoria e la fantasia. Come Dante – se è lecito il salto triplo di questo paragone - che nel suo viaggio ultraterreno abbraccia le ombre e stringe il vuoto. Per non rimanere mortificato in una chiesa solo virtuale, dovrò accorgermi che il sacrificio di Cristo, espresso nel pane e nel vino, contiene già il sacrificio della vita mia e di tutti i cristiani coinvolti nel mistero della sua vita, morte, risurrezione. Il sacrificio di Cristo celebrato ogni giorno nel chiuso della casa contiene il corpo e il sangue dei cristiani e dei martiri. Con personale commozione vado a riprendere dagli studi giovanili una lettera del vescovo Cipriano di Cartagine ai cristiani imprigionati, per i quali non era più possibile la celebrazione dell’Eucaristia: “Non dovete soffrire per il fatto che ora non viene più concessa ai sacerdoti di Dio la facoltà di offrire e celebrare presso di voi i sacrifici divini. Voi celebrate e offrite a Dio un sacrificio ugualmente prezioso e glorioso… giorno e notte senza interruzione, divenuti ormai ostie per il Signore e offrendo voi stessi come sante e immacolate vittime…”.    Anche oggi il mistero di Cristo celebrato nell’Eucaristia, riappare vivo e reale nella Chiesa visibile e presente.